lunedì 2 marzo 2026

La città dalle finestre chiuse - Recensione

 

Buongiorno a tutti, cari Eclettici!

Dopo un lungo periodo di pausa, il blog è tornato attivo e pronto a regalarvi nuove recensioni e post librosi. Iniziamo questo nuovo anno con la recensione de La città dalle finestre chiuse, scritto da Sara Notaristefano, che ringrazio per la copia e la fiducia!

 

Una mattina uguale a tante altre inizia con una notizia agghiacciante: la quattordicenne Gabriella Santoro si toglie la vita, gettandosi giù da un palazzo adiacente alla propria scuola. Un gesto estremo a cui seguono sconcerto, incredulità e tante, troppe domande: come dopo ogni suicidio, ci si chiede cosa o chi abbia spinto la ragazza a una tale soluzione, se avesse problemi a scuola o in famiglia, se abbia lasciato un biglietto d'addio. È vero, si era trasferita da poco, cambiando scuola, quartiere e compagni di classe, eppure nessuno, nemmeno i famigliari, avrebbero mai potuto immaginare questo tragico epilogo. Gabriella era una ragazza molto sensibile, di un'intelligenza sopra la media e dal buon carattere, cresciuta da due genitori amorevoli e spronata a dare sempre il meglio, eppure non era felice: detestava il proprio corpo, si sentiva diversa dai coetanei in modo radicale, tanto da rifugiarsi nella propria anima e sbarrare per sempre la finestra che portava al futuro. È stata una sua scelta, e come tale si può cercare di comprendere o trovare del tutto incomprensibile, ma mai, a mio avviso, arrivare a giudicare. Come spiega la psicologa ai Santoro durante uno dei loro incontri: "È difficile da accettare ma si può arrivare a desiderare di morire, di lasciare chi si ama. Non è colpa di nessuno. Nemmeno di chi resta."

L'inizio del romanzo è un pugno nello stomaco, a cui non ero preparata neanche dopo la lettura della trama. E come un sasso lasciato cadere in uno stagno fino ad allora quieto, la morte improvvisa di Gabriella genera onde concentriche di dubbi, critiche, opinioni e giudizi che si espandono dapprima alla cerchia famigliare, per poi allargarsi all'ambiente scolastico fino ad un più ampio contesto sociale. Mentre Aldo, il padre di Gabriella, non si stanca di porsi domande e cercare risposte, la madre Marianna si ritrova incapace di accettare la morte della figlia, questo dolore tanto grande da non riuscire a respirare

 

"Hai una vita sola". Quante volte gliel'aveva ripetuto! Una vita che le aveva fatto paura più della morte. Proprio come a molti tarantini. A lui, per primo.


 

Qui si crea un parallelismo con la città di Taranto, la città per cui Gabriella voleva lottare, la città che suo zio Enrico considera ormai senza futuro, con le finestre chiuse che tengono fuori il fumo tossico prodotto dall'acciaieria ma anche ogni speranza di riscatto. Mi ha molto colpita la disillusione che provano alcuni dei personaggi, per una città che non possono salvare, per i giovani che non possono proteggere, per una società che non si può migliorare. Ma in una città che pare arresa e vinta c'è anche chi non si stanca di lottare: una professoressa giovane e idealista, una giornalista intraprendente e determinata, una preside che rifiuta di sottostare alle minacce.

 

"È facile sparare a zero sui ragazzi. [...] Più difficile è fare dell'autocritica e domandarsi che cosa si sbaglia con loro".


 

La scuola e in particolare il rapporto scuola/famiglia sono quasi sempre al centro della scena nel romanzo: i professori lottano ogni giorno contro pregiudizi, contro ignoranza e mentalità troppo radicate per essere sconfitte col semplice ragionamento logico, nonché l'intromissione frequente e deleteria dei genitori. Con la scusa di proteggere i ragazzi, spesso i genitori tendono a sottovalutarli e crederli più fragili di quanto siano in realtà. A volte gli adolescenti hanno più bisogno di qualche sana sfida e non di essere rinchiusi dietro le finestre di una gabbia di cristallo.

 

“Voltano le spalle di fronte a una tragedia, come se fosse solo un problema della vittima. E ne abbiamo colpa noi, che non gli abbiamo insegnato l'empatia.”


  
Nessun personaggio del libro a mio avviso è interamente buono o cattivo, hanno tutti infinite sfumature di bianco e nero: commettono errori, hanno momenti di debolezza, fanno soffrire le persone che amano, sono molto umani e proprio per questo è facile comprenderli in tutta la loro imperfezione. Tra i tanti, mi ha colpito il personaggio di Mimmo Semerano, ex vicino di casa della famiglia Santoro, disprezzato da Gabriella per i modi rozzi e l'ignoranza ostentata come un vanto. Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo incontrato una persona come Mimmo, con una considerazione di sé davvero invidiabile, a dispetto di una chiusura mentale degna di un caveau bancario; una persona che si compiace di sguazzare nella mediocrità, che vede negli altri la causa del proprio degrado ma che allo stesso tempo "Non si era mai messo in discussione; d'altro canto, perché avrebbe dovuto farlo?". Lui, che ritiene la cultura superflua e in certi casi pure dannosa, è al contrario un chiaro esempio di quanto questa sia fondamentale per la crescita personale di un individuo, per la formazione del pensiero critico e dell'emancipazione da una società tossica. La figura di Mimmo dimostra anche quanto sia importante il ruolo ricoperto dalla famiglia, che sta alla base dell'educazione ed è la culla dell'intelligenza emotiva. Se, come accade nella famiglia di Mimmo Semerano, la cultura viene derisa o vista come un pericolo, mentre la violenza esaltata al pari dell'ignoranza, non ci si può aspettare che la scuola possa compiere miracoli, per quanto si sforzi.
 

 

Ecco perché non cambia mai niente: ciascuno pensa a sé stesso.


  
La città dalle finestre chiuse è un romanzo molto introspettivo, che tratta tematiche difficili con le giuste dosi di sensibilità e realismo. Mi ha commossa e accesa di rabbia, mi ha fatta sentire impotente e allo stesso tempo mi ha infuso speranza.

Attraverso personaggi di varie estrazioni sociali e cultura, l’autrice indaga vari aspetti della vita e ci spinge a riflettere su quello più temuto, ovvero la morte. Spesso si crede che non parlare di certi argomenti in qualche modo ci protegga, li tenga fuori dalla nostra vita; invece, dovremmo capire che la morte e la sofferenza non sono solo concetti astratti, cose che capitano sempre agli altri e mai a noi. E, forse, se ne parlassimo di più ci farebbero meno paura.

Consiglio questo romanzo a tutti gli adulti, in particolare ai genitori di adolescenti, e gli assegno il massimo dei punti con l’aggiunta del bollino Eclettico, per originalità ed empatia!

 

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Titolo: La città dalle finestre chiuse

Autrice: Sara Notaristefano

Editore: Les Flâneurs

Pagine: 362

Prezzo: cop. flessibile € 20,00; ed. digitale € 9,99

 

 






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Trovate la recensione del suo precedente romanzo, I nomi di Melba, a questo link
 
 
 

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